La neurologia dell’ipnosi in quattro parti – parte 1

Come descritto in Wikipedia, l’ipnosi ha probabilmente una storia millenaria ma comincia ad essere studiata sistematicamente solo con Mesmer alla fine del diciottesimo secolo. E solo nel 1958 viene approvata come metodo clinico dall’American Medical Association e comincia ad essere studiata più scientificamente.

Nonostante siano passati più di cinquanta anni dalla sua introduzione nella comunità medico/scientifica è ancora un mistero in che modo l’ipnosi agisca sul cervello e quali siano i meccanismi neurologici alla sua base.

Non solo! I fenomeni neurologici che sono attualmente conosciuti vengono insegnati molto raramente nei corsi di ipnosi (soprattutto all’estero dove non è richiesto essere un dottore per poter praticare ipnoterapia, stranamente e fortunatamente la situazione in Italia è un po’ diversa) e se molti ipnotisti non si preoccupano affatto di capire i fattori neurologici alla base della loro disciplina, per moltissimi di loro l’ipnosi è semplicemente uno stato di rilassamento in cui l’attività cerebrale rallenta.

Eppure, a mio parere, dovrebbe essere naturale chiedersi cosa succeda al cervello sotto ipnosi, se e come la trance si differenzia, neurologicamente, dalla normale attività cerebrale cosciente e quali fattori neurologici sono alla base dell’ipnotizzabilità.

Per fortuna nell’ultimo venticinquennio molti scienziati si sono rimboccati le maniche ed hanno cominciato a porsi queste domande. E grazie agli avanzamenti tecnologici della medicina e della fisica medica (PET, elettro encefalografia e risonanza magnetica), qualche risposta ha cominciato a fare capolino.

In effetti, usando questi strumenti, si è visto che l’attività cerebrale in qualche modo cambia, tuttavia si è presentato il problema di trovare una interpretazione delle osservazioni per offrire una spiegazione dei fenomeni ipnotici (almeno i più comuni come suggestionabilità aumentata, riduzione del dolore, amnesia, distorsione temporale e, dulcis in fundo, allucinazione).

Infatti, nonostante venti anni di ricerca, ci sono pochi risultati concordanti. La loro inconsistenza potrebbe dipendere da molti fattori, prime tra tutti le parti del cervello osservate, il tipo di induzione usata per l’ipnosi, le istruzioni e le richieste fatte al soggetto in trance, e il tipo e la precisione del macchinario usato per le osservazioni e le misure. Per complicare le cose, molti studi riportano differenze sensibili tra i risultati ottenuti osservando soggetti altamente ipnotizzabili e soggetti con un basso potenziale ipnotico. Lasciando pensare che ci sia qualche struttura nel cervello che renda più o meno portati all’ipnotizzabilità e che può in qualche modo essere allenata.

Questa serie di articoli nasce come libero adattamento di Hypnosis and the Brain: Findings in Neurological Research della Dottoressa Judith E. Pearson del 2008, integrato con alcune considerazioni e ricerche più recenti.

Con le prossime puntate vorrei cercare di dare un’idea dei risultati delle ricerche principali e dell’opinione degli esperti a riguardo. In particolare cercherò di sfatare una valanga di miti comuni sulla necessità del rilassamento in ipnosi e sull’esistenza dello stato di trance.

Buona lettura,
Marcello

(qui una dimostrazione di ipnosi senza “trance” e senza rilassamento)


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