La neurologia dell’ipnosi in quattro parti – parte 2

Continuiamo la nostra serie di post (iniziata qui) su cosa è l’ipnosi e a quali fenomeni neurologici essa è associata…

L’ipnosi non è rilassamento del cervello

Aprite qualche libro divulgativo sull’ipnosi o fate una breve ricerca su internet su ipnosi e cervello, magari in inglese, e troverete migliaia di fonti che descrivono l’ipnosi come uno stato di rilassamento in cui l’attività cerebrale rallenta.

Il rilassamento si riconosce facilmente dall’elettroencefalogramma come un rallentamento delle oscillazioni nell’attività elettrica del cervello, attività caratterizzate normalmente in Herz – Hz – (oscillazioni al secondo):

  • stato Gamma: tra 30 e 40Hz, corrisponde allo stato di allerta;
  • stato Beta: tra 13 e 30Hz, normale attività quotidiana;
  • stato Alfa: tra 8 e 12Hz, leggero rilassamento;
  • stato Theta: tra 4 e 7Hz, profondo rilassamento;
  • stato Delta: 3Hz o meno, è lo stato di una persona che dorme.

Una curiosità: lo stato che si ha immediatamente prima di dormire si chiama ipnagogico, confondendo non poco le cose. Normalmente viene detto che la trance avviene negli stati Alfa e Theta, e probabilmente è vero, ma solo se la tecnica ipnotica che state usando richiede di ripetere di continuo l’istruzione “ti rilassi profondamente”.

Usare il rilassamento letto nell’elettroencefalogramma come indice dell’ipnosi è problematico: se una persona si sta rilassando, il cervello mostra segni di rilassamento indipendentemente dal fatto che si trovi in ipnosi o meno…

Come notano Jamieson e Woody in un articolo pubblicato nel 2007 (vedi in fondo alla pagina del prossimo post per i riferimenti esatti), gli elementi caratteristici dell’ipnosi sono: assorbimento, dissociazione e suggestionabilità; ed in nessun modo il rilassamento.

Dire che il rilassamento è la risposta del cervello all’ipnosi è più che semplicistico. Gli scienziati hanno trovato molti cambiambenti nel cervello durante l’ipnosi che non hanno nulla a che vedere con il rilassamento, se non sono addirittura contrapposti ad esso. Infatti alcune parti del cervello mostrano molta più attività del normale e viceversa alcune parti normalmente più attive cambiano comportamento sotto ipnosi. Alcune parti del cervello interagiscono durante l’ipnosi mentre normalmente non lo fanno e viceversa alcune parti che normalmente interagiscono, smettono di farlo sotto ipnosi.

Visto che ci siamo, diamo un’occhiata a questi studi.

Un piccolo campione di risultati scientifici

Gli studi riassunti qui sotto, effettuati perlopiù su persone con un buon potenziale ipnotico, mostrano che l’ipnosi è associata con dei cambiamenti nella corteccia cingolata anteriore, nella connettività cerebrale, in inversioni della dominanza degli emisferi cerebrali, e in variazioni delle oscillazioni neurali. A conferma del fatto che l’ipnosi può influenzare il cervello in molti modi e in molte strutture cerebrali differenti.

Cambiamenti nella corteccia cingolata anteriore

La parte del cervello che mostra più spesso un comportamento differente in ipnosi è la corteccia cingolata anteriore, posizionata dietro i lobi frontali. È quella parte del cervello che si occupa dei ‘comportamenti automatici’: può spostare l’attenzione da un operazione ad un’altra, mediare tra due percezioni contrastanti, fornire attenzione selettiva, e promuovere la cooperazione. E sembra essere centrale nell’ipnosi.

Infatti Jamieson e Woody in un articolo del 2007 affermano che: “L’aumento di attività di varie regioni della corteccia cingolata anteriore è un denominatore comune di quasi tutti gli studi di risonanza magnetica sugli effetti dell’ipnosi e delle varie suggestioni ipnotiche specifiche” (p. 123).

Rainville e altri (1999), ad esempio, hanno investigato l’attività cerebrale prima e dopo l’ipnosi usando la PET. I ricercatori hanno trovato delle differenze sostanziali nel flusso sanguigno verso la corteccia cingolata anteriore, il talamo e il tronco encefalico. I soggetti hanno dato un voto alla loro percezione di “rilassamento mentale” e “assorbimento”. Nello stato ipnotico i ricercatori hanno misurato un effetto calmante sulla corteccia e una riduzione delle inibizioni nei soggetti che hanno riportato il rilassamento mentale, mentre hanno misurato un aumento del flusso sanguigno verso i centri cerebrali dell’attenzione nei soggetti che hanno riportato assorbimento.

Risultati simili sono stati ottenuti in un altro esperimento da Rainville e Price (2003) e da Gruzelier (Future Pundit, 2004). Questo ultimo ha confrontato soggetti ricettivi all’ipnosi e soggetti con un pessimo potenziale ipnotico attraverso la risonanza magnetica durante il test di Stroop. Gruzelier ha osservato che i soggetti con un buon potenziale ipnotico hanno ottenuto risultati migliori e presentavano una attività maggiore in due parti specifiche del cervello:

  • l’area 25, quella che risponde agli errori e valuta le riposte emozionali;
  • il lato sinistro della corteccia prefrontale, la parte del cervello responsabile del processo cognitivo e del comportamento.

In uno studio simile, uno dei tanti relativi a questo argomento, Raz e altri (2005) hanno mostrato che l’ipnosi può ridurre il conflitto cognitivo in persone con un ottimo potenziale ipnotico. Anche in questo caso è stato usato il test di Stroop. I dati mostravano che i buoni soggetti ipnotici hanno mostrato una attività ridotta nell’area visuale e nella corteccia cingolata anteriore, che è parte in causa nel tenere sotto controllo i conflitti. I ricercatori hanno concluso che le “suggestioni ipnotiche influenzano il controllo cognitivo modulando l’attività cerebrale.” Queste ricerca potrebbero significare che, almeno per i soggetti altamente ipnotizzabili, lo “stato ipnotico”, qualunque esso sia, possa cambiare temporaneamente l’attività cerebrale per potenziare la capacità di accettare le suggestioni senza resistenza o conflitti interiori.

Anche Egner ed altri (2005) hanno ottenuto gli stessi risultati in uno studio simile.

Commentando le interpretazioni proposte da Raz e da Egner, Jamieson (2007) ha scritto che, “il controllo cognitivo è molto ridotto in ipnosi ma… questa stessa condizione potrebbe essere la chiave che permette alla persona ipnotizzata di implementare le suggestioni specifiche, fatte dall’ipnotista, senza interferenze da sistemi di monitoraggio cerebrali superiori” (p. 2-3).

Cambiamenti di connettività

Alcuni studi hanno osservato che l’ipnosi produce cambiamenti sensibili nella connettività e nell’interattività delle aree del cervello preposte al controllo del dolore (Boly e altri, 2007).

In uno studio su ipnosi e risposta al dolore, Maquet e altri (1999), hanno confrontato la risposta di soggetti a cui era stato detto di concentrarsi su bei ricordi, in uno stato ipnotico e non. I ricercatori hanno osservato che l’ipnosi effettivamente modula la connettività tra ca croteccia cingolata media, il talamo e il cervello prefrontale, influenzando le aree legate alla percezione del dolore. Inoltre durante l’ipnosi, l’attività era molto più distribuita attraverso tutto il cervello.

In un altro studio, Miltner e Weiss (2000) hanno osservato che durante l’ipnosi c’è una rottura di connettività tra il cervello limbico e le regioni frontali del cervello che corrisponde ad una percezione ridotta del dolore.

Uno spostamento verso il lobo destro

Altri studi hanno osservato che, durante l’ipnosi, l’attività cerebrale si sposta verso il lobo destro, si riduce nel lobo sinistro e causa una inibizione del lobo frontale (DePascalis, 2007; Alexander ed altri, 2007).

Cambiamenti nelle oscillazioni dell’elettroencefalogramma

Ray (2007) ha scritto che c’è “una relazione solida tra l’attività elettro-corticale, l’ipnosi e l’ipnotizzabilità… l’attività teta e la corteccia cingolata sono due meccanismi fisiologici importanti, attivi durante l’esperienza ipnotica” (p. 223). Tuttavia, anche se l’elettroencefalogramma mostra variazioni durante l’ipnosi, il significato di tali osservazioni non è ancora chiaro.

Graffin e altri (1995), ad esempio, hanno mostrato che buoni soggetti ipnotici, prima dell’ipnosi, mostrano una maggiore attività teta nella corteccia frontale se confrontati con soggetti dallo scarso potenziale ipnotico. Queste differenze, tuttavia, scompaiono durante l’ipnosi e, per entrambi i gruppi, l’attività teta si sposta in aree posteriori della corteccia e l’attività alfa aumenta su tutta l’area misurata.

Il team di Graffin ha scritto che “poiché la nostra comprensione dell’attività teta dell’elettroencefalogramma è limitata, è difficile stabilire chiaramente se quanto misurato fosse legato alla profondità dello stato ipnotico o al rilassamento e all’assorbimento indotti da esso, o se fosse più legato al processo cognitivo di focalizzazione sulle istruzioni presentate verbalmente” (p. 128).

Commentando questi studi Lynn ed altri (2007) hanno sottolineato che “il fatto che la risposta alle suggestioni ipnotiche è associata o correlata con asimmetrie nell’elettroencefalogramma o in una crescita degli stati teta, non garantisce la conclusione che questi siano causati dall’ipnosi” (p. 152). Inoltre, “non è chiaro che l’esperienza e gli effetti dell’ipnosi siano gli stessi per tutti i soggetti, o almeno per quelli con un buon potenziale. Avere preconcetti differenti sull’ipnosi potrebbe portare a stati soggettivi diversi e quindi agire su sottostrati neurali diversi” (p. 157).

In modo simile, Burgess (2007) commenta dicendo: “nonostante due decadi di ricerca, nell’elettroencefalogramma non è stato trovato nessun marcatore dell’ipnosi. Sono state fatte ipotesi sulle oscillazioni alfa, beta e gamma, ma nessuna ha mostrato la specificità necessaria (cioè la capacità di distinguere l’ipnosi come stato separato da altri stati, come la consapevolezza attiva, il rilassamento o il dormire)” (p. 203).

 

(qui una dimostrazione di ipnosi senza “trance” e senza rilassamento)


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